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Non basta un regalo

E anche quest’anno è arrivato l’8 marzo, giorno in cui si festeggiano le donne con le mimose. Perché, diciamocelo, per anni è sempre stato questo il binomio. Ogni anno le piazze, le stazioni, le edicole si riempiono di fiori, di mimose in particolare, come se fossero la perfetta soluzione che faccia dimenticare per un giorno intero la situazione sociale ed economica della donna. E forse i fiori sono stati eletti come migliori rappresentanti della categoria “regalo” per questa giornata proprio per la loro caratteristica principale: sono temporanei. Così come lo è la memoria della società quando si parla di diritti negati o dimenticati e di ingiustizia sociale. Ed allora spazio ai fiori, spazio alle mimose. Anzi no, spazio ai mimosa! Basta poco e costa ancora meno dei bouquet floreali: un po’ di champagne e del succo d’arancia.

A parte festeggiare questa giornata però si dovrebbe anche riflettere sulle problematica di questo gender gap sempre più evidente ma anche meno combattuto. Dario Franceschini ha deciso di festeggiare le donne offrendo l’ingresso gratuito a tutte le donne ai musei, alle aree archeologiche e ai monumenti di proprietà dello Stato. Intende così dire che i diritti delle donne sono ormai cose vecchie, roba passata? Chi lo sa, intanto godiamoci queste opere d’arte prima di tornare a casa la sera e cucinare per un marito e dei figli che non apparecchiano neanche e guardano i quiz su Rai1.

Trenitalia ha deciso invece di migliorare il rapporto delle donne con il luogo del lavoro proclamando lo sciopero dei mezzi generale per tutta la giornata dell’8 marzo in tutt’Italia. Non si comprende se sia in adesione allo sciopero proclamato da “Nonunadimeno” o una delle solite scuse trimestrali con le quali scioperino ma ok. Mind the (gender) gap?

Ironia a parte questa giornata da sempre viene vissuta intensamente soprattutto nelle grandi città dove vengono fatti convegni, incontri e ci si dà appuntamento in piazza per discutere dei propri diritti. Con lo slogan #WeToogether Nonunadimeno ha proclamato uno sciopero generale di tutte le lavoratrici e non in Italia. Studentesse, casalinghe, disoccupate, stagiste, apprendiste, a tempo determinato e indeterminato, insomma tutte le donne sono invitate caldamente a scioperare sia sul lavoro sia a casa.

Le iniziative sono tante ed è vero, ma c’è un ma. Se vivi in provincia e frequenti bar di paese e ristorantini scaciati nell’area industriale, questa giornata diviene solo la motivazione per cui gruppi di donne di varie età, ma tendenti ai 50, escono, bevono e fanno caciara. Certo non c’è bisogno di generalizzare, ma troppo spesso mi è capitato di vedere questa scena e ogni volta penso che ci sia un problema di comunicazione. Tolti i circuiti di associazioni che trattano temi di cittadinanza, diritti sociali, cultura e società; tolti gli studiosi e i critici; tolti i sensibili alle tematiche di giustizia sociale, rimangono tutti gli altri. E tutti gli altri sono bombardati da culi e tette a [inserisci un nome qualsiasi di programma televisivo trash], da ruoli stereotipati in qualsiasi sceneggiato della televisione nazionale dove il consapevolmente diverso viene tacciato di esibizionismo, da una dialettica familiare maschilista, da commenti costanti sui comportamenti femminili.

Credo che la comunicazione sia fallace perché spesso manca un terreno, un linguaggio, un contesto sociale, un background culturale che possano essere comuni. Le iniziative e gli eventi sono spesso cittadini, si rivolgono ad un pubblico già sensibilizzato e sebbene ambiscano a raggiungere tutta la popolazione raramente ci riescono. Queste associazioni, che durante l’8 marzo vengono incensate, il resto dell’anno combattono contro ogni tipo di ostacolo. Pensiamo anche solo semplicemente al rischio di chiusura dei centri antiviolenza nel Sud Italia la cui causa sarebbe la mancanza di fondi. C’è un’ipocrisia di fondo che lascia basiti a pensarci per bene.

Credo ci sia più bisogno di investire nell’istruzione e nella cultura, non solo dei giovani ma anche degli adulti perché proprio in famiglia si riproducono più velocemente fenomeni di violenza verbale e fisica. E i giovani imitano gli adulti, imitano i più grandi. Ricordarsi una volta all’anno che le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini non è sufficiente, si deve agire per migliorare le cose. Non basta “ricordare” o “accorgersi” di questa data, è necessario osservarsi da fuori e prendere coscienza se sei un fidanzato o una padre di merda. E cambiare comportamento, migliorarsi come essere umano civile.

Infine un’ultima digressione su un aspetto importante. A chi sono rivolti questi eventi? A chi si deve parlare di violenza, diritti delle donne, gender gap? Prendendo i sessi binari, alle donne o agli uomini? Questa è la questione spinosa alla base del fallimento delle azioni politiche in questo senso. Appare che l’8 marzo sia una giornata per le donne e accade ancora più spesso che solo donne partecipino agli eventi in questa data. Questo è un problema, perché sebbene è vero che sia utile sensibilizzare anche le donne che non sempre hanno coscienza dei propri diritti, chi li infrange sono raramente persone munite di vagina.

Scioperare e manifestare sono azioni fondamentali per ribadire la necessità del rispetto dei propri diritti, ma questo dovrebbe essere seguito da una serie di azioni reali e concrete che modifichino in positivo la condizione socio-economica della donna in Italia. Non basta un mazzo di fiori e un cuscino a forma di cuore dunque ed il rispetto non è un regalo ma un diritto che non deve mai essere negato.

Quindi basta mimose, viva i mimosa!

 

di Giulia Zaninelli