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La condizione femminile nello sport : pari opportunità ancora da conquistare

Analisi delle discriminazioni che persistono, più o meno esplicitamente, per qualsiasi atleta italiana; dai campi di periferia agli stadi olimpici.

Se il mondo odierno ci pone davanti a contraddizioni e sfide che reclamano giustizia, la questione delle pari opportunità nel mondo dello sport deve essere una partita da considerarsi prioritaria, dalla sensibilizzazione sul tema sino alla sfida concreta per rivoluzionare il modello concreto che determina discriminazioni e pregiudizi alle atlete italiane di qualsiasi livello.

DAGLI STEREOTIPI ALLE DISCRIMINAZIONI

“Basta, non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche…” ha esordito il 5 marzo 2015 Felice Belolli, allora presidente della Lega Nazionale Dilettanti, in occasione del consiglio direttivo del dipartimento del calcio femminile.

Una frase ingiustificabile, vergognosa e infamante, che rispecchia la misera considerazione che i vertici dello sport italiano ripongono nelle discipline sportive femminili.

Indignarsi e discostarsi da tali affermazioni, per chi pratica e si appassiona di sport, è quanto meno inevitabile ma non sufficiente; il raggiungimento delle pari opportunità è un obiettivo concreto con chiare e precise direttive.

Alla base delle disparità di genere sta una ben precisa legge discriminatoria: la Legge 23 marzo 1981, n. 81 che così sancisce: “Sono sportivi professionisti gli atleti che esercitano l’attività sportiva nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI” le suddette discipline si limitano a quattro federazioni sportive nazionali: calcio, golf, pallacanestro e ciclismo, tutte esclusivamente per la categoria maschile.

Nessuna atleta dunque sarà mai considerata professionista, indipendentemente dall’impegno prodotto sul campo o dai titoli raggiunti.

LO SPORT NON HA MADRI

Per ritrarre uno degli aspetti che più evidenzia l’assenza di pari opportunità nello sport, le parole di Luisa Rizzitelli del sindacato delle sportive Assist, forniscono agghiaccianti verità non ancora debellate:

“Molte atlete sono costrette a sottoscrivere scritture private in cui si vieta esplicitamente di rimanere incinta, pena l’espulsione immediata dalla società e il rischio di non poter più tornare a gareggiare.”

A testimonianza di queste forti dichiarazioni la questione che ha coinvolto l’atleta italiana Nikoleta Stefanova merita di essere considerata.

La Stefanova, campionessa italiana di tennis da tavolo, ha subito l’esclusione dalle Olimpiadi di Rio, con consequenziale assenza di partecipazione italiana in quella disciplina, a seguito delle assenza riscontrate durante i ritiri previsti dalla Federazione Italiana Tennis da Tavolo, durante il periodo di maternità.

A questo proposito la deputata Michela Marzano ha presentato un’interrogazione al Governo di cui vale la pena soffermarsi su queste brevi righe:

“Sembra emergere che il motivo che avrebbe indotto il direttore tecnico a questa decisione sarebbe stata la recente maternità dell’atleta e la conseguente breve interruzione della sua attività con la Nazionale Italiana.”

Appare evidente come, nonostante la Stefanova avesse raggiunto la prima posizione del ranking italiano, il “fattore gravidanza” sia a tutti gli effetti tra gli elementi più discriminatori in ambito di genere.

Tra gli obiettivi per raggiungere un’effettivo rispetto delle pari opportunità è la considerazione della direttiva CONI di congelare il ranking nel periodo in cui un’atleta è ferma per gravidanza o maternità.

DISCRIMINAZIONI ANCHE SALARIALI

Partiamo con un dato: mediamente i guadagni delle atlete sono inferiori circa al 30%rispetto a quelli dei loro colleghi uomini.

Per risalire alla causa di questa discriminazione bisogna ritornare alla legge 91/81 che esclude le atlete dall’ambito del professionismo. Questo determina lo squilibrio salariale: per il calcio, ad esempio, il tetto massimo per il dilettantismo è di 22mila euro annui,nessuna calciatrice dunque guadagnerà una cifra superiore ai 1.800 euro mensili, assurdo se confrontato con gli stipendi di chi esercita la medesima professione, ma di sesso opposto.

A questo punto aggiungiamo che, non trattandosi di una lega professionistica, i club non sono tenuti a depositare i contratti e l’abitudine ai pagamenti in nero è più che consona.

Come possono dunque le atlete raggiungere stipendi più alti e dignitosi? La risposta risiede nell’unica soluzione di trovare degli sponsor, usanza diffusissima nel mondo dello sport femminile ma che evidenzia un’ennesima discriminazione evidenziata perfettamente dalle parole della campionessa olimpica Josefa Idem “A parità di carriera sportiva alla fine quello che conta è la bellezza.”

DISCRIMINATE ANCHE A LAVORO FINITO

La pallavolo è, nell’idea comune, lo sport femminile per eccellenza, e i dati lo confermano. Nel 2014 secondo Lega Volley le donne tesserate furono 279.893, la stagione di serie A1 trasmessa quell’anno su Rai Sport ha avuto una media audience pari a 146mila spettatori mentre la semifinale dei Mondiali nel medesimo anno tra Italia e Cina ha prodotto quasi il 18% di sharing con un picco vicinissimo ai 4 milioni e mezzo di spettatori.

Eppure la pallavolo, come precedentemente fatto notare, non rientra tra le federazioni riconosciute professioniste dalla legge 91/81 e quindi, in quanto categoria dilettantistica, non prevede l’obbligo di versare i contributi da parte delle società.

Ecco come le pari opportunità vengono meno persino al termine della prestazione lavorativa! A proposito è intervenuta anche Manuela Di Centa, campionessa olimpica ai giochi invernali del ‘94 ed ex deputata italiana:

“Come fanno dunque delle dilettanti, la quale carriera potrebbe finire anticipatamente per una gravidanza, ad avere una dignitosa retribuzione pensionistica?”

Le alternative non sono molte: come la maggior parte delle atlete olimpiche, la soluzione può trovarsi nel legame con corpi militari, risultando così dipendenti pubblici per ricevere una copertura previdenziale indipendente dalla carriera sportiva.

La situazione in questione non è affatto semplice, le carriere sportive sono per natura di breve durata, quasi mai superano i 15 anni, e di conseguenza costringono moltissimi atleti a doversi trovare un ulteriore impiego al termine dell’attivismo sportivo, tuttavia ancora in giovane età.

Per arginare questo evidente problema la Legge 86 del 15 aprile 2003 ha istituito il fondo “Giulio Onesti” che prevede l’assegnazione di un vitalizio tra i 7 ed i 17 mila euro ad un massimo di 5 sportivi italiani qualora sia comprovato che versino in gravi condizioni di disagio economico.

Senza esprimere alcun giudizio, ma presentando nella chiarezza del tema delle pari opportunità il quadro dei beneficiari di questo fondo, si evidenzia come dal 2003 ad oggi, per un totale di 33 soggetti, veda coinvolte solamente 2 donne, tra le quali Bina Colombi Guiducci, campionessa mondiale di tiro al piattello nel 1969, nonchè prima donna a vincere un titolo mondiale.

PARI OPPORTUNITÀ SUBITO

Ancora a causa della fatidica legge 81/91 che non riconosce alcuna disciplina femminile come professionistica, le atlete di ogni livello devono sottostare al vincolo sportivo, abolito invece per i professionisti, per il quale è la società a cui appartiene l’atleta a mettere il veto su ogni trasferimento che coinvolga la stessa.

Da questo breve ma intenso riquadro della situazione, appare evidente come il mondo dello sport femminile sia ricco di contraddizioni e discriminazioni che non possono essere maggiormente tollerate.

Urge raggiungere le pari opportunità effettive il più presto possibile, iniziando da un lavoro massiccio e metodico di sensibilizzazione del tema, partendo proprio dalla chiarezza delle condizioni attuali, per attuare un piano di cambiamento che sia richiesto a gran voce.

E su questo tema, come siamo abituati con le cause che ci stanno a cuore, scenderemo in campo con grinta, passione e determinazione.

Di Gian Marco Duina

FONTE: lagiornatasportiva.it