Grande manifestazione a Firenze della comunità senegalese. La Baobab ha partecipato con gli striscioni e con una delegazione guidata da Magatte Gueyè, Max. Altre foto le trovate su Facebook:
L’Altropallone Onlus, foto Firenze 17.12.2011 

di
AltropalloneGrande manifestazione a Firenze della comunità senegalese. La Baobab ha partecipato con gli striscioni e con una delegazione guidata da Magatte Gueyè, Max. Altre foto le trovate su Facebook:
L’Altropallone Onlus, foto Firenze 17.12.2011 

di
Deny AlfanoCaro cuore,
Ti scrivo da uno dei posti dove forse sei nato: ti prego di conservare queste parole con te e di ricordarmele quando la pioggia delle cose da fare offusca il mio sguardo e rende grigio il mio pensiero.
Ti scrivo perché, forse, è tanto che non torni da queste parti e la memoria è importante per crescere.
Qui non so se le cose sono cambiate o se sono rimaste sempre le stesse. Gli istinti e le sensazioni più profonde, che albergano nascoste dentro di me, dentro ciascuno di noi, si fondono e confondo come la polvere mossa dal vento; polvere e sabbia di quelle che noi chiameremmo strade ma che qui sono arterie pulsanti della vita stessa … e linfa per quelle vite che si incontrano, si inventano e resistono.
Ad un primo impatto sei catapultato in una realtà da giorno dopo, da day after, o forse del giorno prima, quando tutto doveva ancora nascere: non è facile capire se ci si trova in mezzo a quello che sarà o a quello che era; se è l’anteprima del destino finale di quello che siamo o l’ecografia del suo embrione. Ad un primo impatto non è facile trovarsi. Non è facile ri-trovarsi. Ma so che ci sono. E comunque ci siamo.

Qui ogni cosa che può riparare diventa casa. Sono casa i mattoni riposti uno sopra l’altro che non lasciano intendere se sono scheletro di una costruzione che andrà avanti o scorie di ciò che era addietro. Sono casa le lamiere incastrate ed i teloni sospesi, tenuti sapientemente insieme da corde, legni e fango essiccato. Sono casa le macchine ed i furgoncini. Sono casa, soprattutto, le persone che si stringono intorno a te e che, semplicemente tendendoti la mano, condividendo difficoltà e sorrisi, sporcizia e cibo, speranza e realtà, diventano famiglia … e poi, ti aiutano a curarti o a morire.

Ogni cosa qui è inventata e riutilizzata come fonte di sopravvivenza. È una realtà a pezzi: di quei pezzi di scarto che qualche politico corrotto accetta di smaltire dall’opulento occidente e che, avidamente, re immette nel mercato di chi partecipa alla dura sfida per la sopravvivenza. Trovi, così, ad esempio, improbabili mezzi di trasporto che qualcuno chiama taxi o ndiaga ndiaye (dal nome di colui che per primo li mise in circolazione; folkloristicamente carrapì per noi occidentali) i quali non sono nient’altro che composizioni fantasiose e colorate di scarti arrangiati, arrugginiti e sgarruppati che questo popolo del sole è riuscito a rendere funzione di sopravvivenza e risorsa economica, traducendo la necessità, di tutti i giorni, e lo sfruttamento, di tutti i tempi, in fantasia, allegria e solidarietà.

Certo, non mancano i ritagli turistici degli alberghi di lusso, delle strade asfaltate e delle dichiarazioni di potere, siano esse statue gigantesche di qualche “illustre”, tronfio di incarnare l’orgoglio ed il riscatto dell’ego africano, o militari armati in luoghi pubblici e propagandistici (nello stadio ce n’era uno ogni venti metri).
Ma la realtà quotidiana che gli occhi vivono, caro cuore, sembra essere un’altra.
Qui, apparentemente, ognuno sembra a se stesso, anche perché lasciato a se stesso, al cospetto della povertà, da un’assoluta mancanza di ordine superiore (lo stato) che non sia, nel vissuto personale, una moderata religiosità … e pur tuttavia capace anch’essa di diventare feroce meccanismo di interesse come ad esempio nella realtà dei talibè, bambini mandati ad elemosinare in cambio di educazione coranica. Ebbene, qui ognuno sembra teso ad inventare un proprio modo per andare avanti. Lo si capisce bene affidandosi con speranza ed incoscienza alle guide del traffico.
Non ci sono strade. Non ci sono corsie. Non ci sono segnali o indicazioni preposte a mettere ordine, funzione e pensiero coordinato di insieme. Sembra mancare una rappresentazione dell’altro che vive la tua stessa vita, ovvero, il senso di un qualcosa di cui tutti fanno parte ed a cui rispondere dentro una civiltà collettiva regolata da norme: “tu stai di qua; tu stai di là; tu ti fermi; tu vai”. Qui ognuno si infila prima che può, dove può, stando bene attento a schivare buche, sassi, bambini, capre e chi più ne ha più ne metta. Ma forse questa prospettiva è solo l’ombra del nostro sguardo, abituato e motivato a stare insieme da leggi e norme, necessarie a contenere al paura del pericolo della libera espressione degli istinti e delle emozioni, verso gli altri e dentro noi stessi. Qui non c’è bisogno di tutto questo per sentirsi insieme. Per essere parte di. Qui si può anche essere liberi.

Eh sì, caro cuore, perché qui tu sei nato ed ancora hai i tuoi figli.
Qui le persone chiamano la loro terra “della Taranga”, che noi tradurremmo con “ospitalità”. E cos’altro è l’ospitalità se non l’accoglienza di ciò che è contrasto senza per questo essere considerata contraddizione.

E così ovunque è movimento elegante di corpi di straordinaria bellezza; colori travolgenti di sconvolgente intensità; Pupille d’ebano che risaltano da punti luce d’avorio e che ti penetrano nelle viscere legando confusione e desolazione, asprezza e dolcezza, lotta e pace. Donne meravigliose, che abituate a camminare con ceste di speranza sulla testa, inscalfibili ed inaccessibili, galleggiano nella polvere con incantevole purezza e prepotente bellezza. Uomini impettiti di testosterone ed impigriti dal disincanto del futuro, accasciati in qualche angolo o in perenne contrattazione; uomini che si arrogano il proprio posto nel mondo occupandolo col proprio corpo ma pronti a concedertelo con la deferenza di un sorriso se, in qualche modo, ti aprono a farne parte.

E così, quando lo sguardo supera lo scoglio della difesa delle nostre abitudini, delle nostre categorie incancrenite, si intravedono tra polvere e fango, tra ossa, ruggine e carcasse, donne che pettinano delicatamente e tengono la testa tra le mani di altre donne e bambini e partecipano a rituali comuni, di quelli che tengono insieme e danno continuità. Uomini che si toccano in continuazione mani e cuore a consolidare un legame. Che si scambiano aiuti, si scambiano cibo, si cedono posti, si cercano o semplicemente stanno lì, fianco a fianco, a partecipare in uno spazio comune, senza passato e senza futuro, allo scorrere del tempo.

E poi ci sono i bambini.

Creature nate nella violenza: nella violenza della storia, del passato, del presente fatto di povertà, di genitori incerti, di un’educazione dura e punitiva … di un futuro che molte volte non va oltre la sera.
Eppure, bambini capaci di accendersi ad uno sguardo ed accenderti con uno sguardo. Bambini capaci di giocare con il niente e di esplodere sorrisi che penetrano l’anima annientando senza pudore ogni forma di pensiero e resistenza, abitudine e conoscenza. Ti guardano e, se ti riconoscono, ti cercano per giocare; ti toccano, posano le loro mani ed i loro corpi a contatto con qualche punto di te. Non so come avvenga questa scelta, in base a cosa si leghino a te e ti facciano loro: a volte è la testa, a volte la spalla; altre ti prendono per mano o si abbarbicano sulla gamba. C’è posto per tutti. Dove ci sta un bambino ce ne stanno due, tre, quattro …. fino a che c’è spazio ed anche oltre. Non è un legame di possesso. È una fusione solidale.
Qui le parole, mio caro cuore, si fermano, chiedendoti di aprirti e di intendere attraverso quell’intuizione di cui solo tu hai senso. Io ancora non riesco a capire ed a descrivere ciò che hanno mosso questi bambini con piccoli gesti di eternità. So solo che sono loro i custodi delle chiavi della Taranga. Mi hanno fatto sentire impotente e responsabile: gravato dalle colpe dell’ego come popolo e come individuo così come tassello fondamentale davanti ai compiti della continuità della vita; mi hanno riempito di gioia danzando la speranza e permettendomi di far scorrere il mio sangue insieme al loro, senza che per questo fossero necessarie parole; così come sono rimasto pervaso da una tristezza profonda per il senso di distanza e di destino. Sono stati momenti, quelli con i bambini, in cui si sono fusi e confusi, l’amarezza del limite profondo della propria finitezza e determinazione con il senso del divino che ogni bambino incarna come dono del futuro. Sono rimasto spiazzato e disorientato ed al tempo stesso grato, pieno e felice.

C’è un momento che ti lascio e che ti prego di custodire.
A Goré abbiamo giocato con i bambini della scuola. Finito di giocare ci hanno invitato a fare un giro didattico con loro. Muovendoci mano nella mani abbiamo fatto lezione anche noi. Poi, è arrivata la pausa per il pranzo. I miei amici, affamati, sono andati al ristorante. Io sono rimasto con i bambini. In mezzo a loro. Seduto sul muretto senza avere niente da dire e niente da dare. Semplicemente lì, in mezzo, con loro: fuso e confuso. Non volevo perdermi nemmeno un istante di quell’energia. Non volevo né prendere, né dare, né andare. Volevo solamente restare; restare lì, insieme, perché anch’io ero e sono bambino, dal presente eterno, pur con molto passato ed impossibilitato dal sottrarmi al futuro. Volevo fare parte. Mi sentivo parte. E mi hanno fatto sentire parte … al punto che, all’improvviso, davanti a me, una piccola bambina, dai colori delicati e gli occhi enormi, mi ha teso la manina offrendomi un biscotto. Anche io ero lì ad aspettare come loro. Anche io partecipavo e condividevo nello stesso modo, con loro, la stessa necessità di dover affrontare il problema della fame. E tra bambini, in una stessa comunità e in famiglia, ci si aiuta con solidarietà. Mi sono sentito riconosciuto come parte di. Ero diventato parte di. Ho preso il mio biscotto, l’ho spezzato, ne ho mangiato un pezzo e l’altro l’ho diviso con un altro bambino, come me. A quel punto, altri bambini hanno fatto la stessa cosa. E poi abbiamo continuato a giocare fino a che, all’ora del oro rientro, uno ad uno, hanno salutato e si sono incamminati, restando, uno ad uno, dentro di me.
Caro cuore, non potrò leggere queste parole ogni giorno quando suona la sveglia del cellulare e vado ad iniziare il mio mondo ma ti prego, conservale con te e ricordamele quando avrò paura di crescere e di avere figli; ricordamele quando mi chiuderò alla gente che intorno a me sta male, quando avrò paura di perdere e di morire.

Caro cuore, non ti chiedo di rispondere ma se lo dovessi fare mi basta che tu mi dica in quali altri posti sei nato. Ci voglio andare.
Ti ringrazio.
Deny
(gokickers)
di
Massimo FigaroliDal calcio alla lotta senegalese: tra folclore, rito tribale, fisicità e socialità.
Siamo ancora a Dakar, siamo venuti per conoscere, per imparare, per incontrare nuove persone e costumi.
Ormai siamo certi che lo sport sia uno strumento di integrazione sociale e in particolar modo utilizziamo il calcio e il pallone, universalmente riconosciuto strumento di gioco e di divertimento.
Qui in Senegal lo sport e l’esercizio fisico sono molto importanti e tutti i giovani fanno sport, soprattutto la sera si gioca a pallone sulle spiagge attrezzate con porticine, strumenti da palestra e percorsi sportivi. Centinaia di persone si allenano da sole o in gruppo.
In Italia capita di vedere in un parco una squadra che si allena: 10, 20, massimo 30 persone in fila indiana o affiancate che corrono. A Dakar ho visto per la prima volta in spiaggia plotoni di allenamento, “formazioni rettangolari” da 50 a 300 persone che corrono avanti e indietro sulla sabbia. Sembra una esercitazione militare, come lo schieramento di una legione romana, si corre tutti insieme e si canta qualche ritornello, poi tutti si fa stretching, saltelli, piegamenti sulle ginocchia o flessioni ecc.
E’ una cosa molto bella da vedere, trasmette un senso di potenza dell’uomo, si condividono con altri le stesse fatiche, le stesse emozioni, accompagnate da una sensazione di appartenenza a un gruppo. Si respira la consapevolezza che da soli siamo poca cosa, in gruppo diventiamo qualcosa di più.
In Senegal a volte sono stato accompagnato da questa sensazione, la consapevolezza della necessità di appartenere a un gruppo, da soli si è deboli, ma in un contesto di partecipazione famigliare alle decisioni, alle amicizie, alle parentele allargate, la propria considerazione può aumentare. Una porzione di cibo per un ospite, anche se sconosciuto o inatteso, non manca mai, anche nelle famiglie più umili.
Quando abbiamo saputo che a Dakar esiste uno sport più seguito del calcio, abbiamo voluto andare a vedere questo fenomeno. La LOTTA SENEGALESE si svolge ogni domenica pomeriggio allo stadio di Dakar, ci sono diversi campioni che vengono tifati dal pubblico come dei moderni gladiatori. I campioni più rinomati hanno trattamenti e compensi da star e lo stadio è strapieno di pubblico tutte le domeniche.
Non lasciamoci tradire dalla parola lotta, nonostante ci si possa dare pugni a mani nude, le regole sono storiche e derivano da una lunga tradizione, ci sono diversi giudici di gara e arbitri. Vince chi riesce a fare cadere l’avversario di pancia o di schiena (una via di mezzo tra la lotta greco-romana e il sumo).
La cosa più bella e folcloristica è il contesto in cui il tutto si svolge, le luci, i colori e gli abiti tradizionali, le musiche e i riti. Il 90 % dello spettacolo è costituito dalla musica dei bonghi e percussioni varie che la fanno da padrone. Centinaia di ballerini danzano, il pubblico danza e anche i lottatori devono dimostrare di essere abili ballerini.
Ogni pomeriggio ci sono 5 o 6 incontri di cui l’ultimo è quello tra i lottatori più rinomati, c’è anche una ampia parte dedicata agli sfottò tra gli avversari e alla presentazione degli incontri futuri. Buona parte dello spettacolo la fa il pubblico che balla, salta, esulta, corre e si spinge incitando il proprio campione.
Sinceramente alcuni comportamenti e alcune urla sono un po’ animalesche, io da occidentale non riuscirei a comportarmi così, ma con questo non penso che il mio comportamento sia più giusto del loro.
In Africa se una persona vuole ballare balla, se vuole urlare urla e se vuole correre può correre, può sfogare subito i suoi istinti e non ha tutte le sovrastrutture che abbiamo noi e che ci fanno risultare più formali, a costo di reprimere i nostri istinti basilari. Lo stesso ballo, la musica, la danza… a Dakar sono sempre condivisi; ballare è importante, serve per sfogarsi, serve per comunicare, serve a identificare una propria posizione in un gruppo, serve come auto affermazione di se stessi e non è una cosa di secondaria importanza.
La lotta senegalese genera nel pubblico uno stato di euforia che invita ad avere un contatto fisico con l’altro che serve per definire le posizioni reciproche in termini di relazioni sociali anche se a volte con eccessiva irruenza.
Per la cronaca, il campione locale che tutti davano per favorito “Guighi”, che significa il baobab (pianta venerata) ha perso e tra il pubblico qualcuno è scoppiato a terra in lacrime, ma molti tifosi del baobab all’improvviso hanno cambiato tifo e hanno festeggiato insieme agli altri come se non fosse successo nulla. Come sportivo non capisco, ma forse si festeggia la bella giornata passata insieme ad amici e non il successo del proprio campione.
Una nota di colore mista al costume locale. Prima dell’incontro lo sfidante ha detto al baobab che lo avrebbe sollevato e scaraventato a terra, il campione ha risposto che il baobab ha grosse radici, quindi sarebbe stato impossibile. Questa affermazione è stata presa dal pubblico con divertimento ma anche offesa, perché il baobab è una pianta sacra e in quanto tale deve essere rispettata. Anche in questo caso sport, cultura e religione sono sempre più interconnessi e diventano diversi strumenti di analisi dei comportamenti e della vita.
Che grande città Dakar, esempio di tolleranza e coesione sociale tra culture e religioni diverse ma che convivono pacificamente.
Dakar 13/02/2011
di
Altropallone
Nel tardo pomeriggio di ieri, 9 febbraio, un’altra partita. Senegal batte Guinea 3 a 0 allo stadio Senghor di Dakar. E’ stata una bella partita, amichevole ma neanche tanto: come in ogni partita l’importante è partecipare… ma anche vincere. Il Senegal ha quasi sempre vinto con la Guinea e questi avevano perciò una gran voglia di vincere (nel primo tempo alla Guinea è stato annullato un gol per un fuorigioco molto dubbioso). Ma la squadra del Senegal aveva un obbiettivo: verificare la crescita delle nuove leve di calciatori nella nazionale. E i giovani leoni hanno legittimato l’aspirazione prendendo le redini in mano di una squadra un pò logora e vincendo alla fine con un bel 3 a 0 con un ultimo gol alla “brasiliana”.
Lo striscione Baobab ha incuriosito molto tifosi, stampa, ragazzini… Numerosi tifosi senegalesi si avvicinano e, incuriositi dal logo del comune di Cinisello Balsamo, scopriamo essere… di Rho, di Cusano, di Garbagnate, di Bergamo…
Da segnalare una bella iniziativa di Inter-districts, tesa a contrastare gli eccessi di ”commercializzazione” del calcio, compreso il fenomeno dello sfruttamento dei “baby-calciatori”. Un rapporto con questa iniziativa da approfondire: per chi nel 1997 lanciò lo slogan “contro il pallone duro” è più che una conferma! La presenza al World Social Forum e allo stadio di Dakar, il torneo improvvisato dai Gokick fuori dallo stadio, suggella la possibilità che un altro mondo e un altro calcio sono possibili… fosse anche solo per il fatto che abbiamo portato bene ai giovani leoni del Senegal!
Altropallone
qui sotto articolo/commento di Massimo
IL PALLONE E’ UN GIOCO
Siamo in Senegal per il WSF a Dakar. Siamo qui a sostenere che il calcio sia uno strumento di aggregazione e integrazione tra culture differenti e allora quale migliore occasione che assistere alla amichevole Senegal-Guinea che si gioca oggi 9/2/2011 a Dakar.
La partita è alle 17, prendiamo un taxi alle 16 e subito si comincia a discutere con i tassisti e pubblico su calciatori senegalesi e italiani. In Senegal conoscono vita morte e miracoli del calcio italiano, Del Piero, Totti, Baggio, Maldini, tutti tifano e vedono le partite del campionato italiano. Il pubblico è tanto, soprattutto giovani, un lungo serpentone umano che a piedi oppure appesi a un pulmino car-rapide procede in direzione stadio.
Noi siamo accompagnati allo stadio dai nostri amici della Baobab, che ci spiegano la cariera dei giocatori in campo, dove giocano o hanno giocato, cosa rappresentano per loro. Hanno militato ovunque, Italia, Francia, Spagna, tutta Europa e anche in Russia. Sono orgogliosi dei loro campioni, sono atleti giovani, sono forti, sono dei “leoni”. A queste discussioni partecipa tutto il pubblico che ci circonda, … da dove venite? Italia ? Bel paese !, io sono stato a Roma !, io a Milano !, mio fratello è in Italia !, mio cugino … ecc ecc. Tutti hanno piacere a parlare con noi.
Si comincia con la banda, l’entrata dei giocatori in campo e il boato del pubblico che lentamente prende posizione, ma al momento degli inni silenzio, tutti in piedi e grande rispetto ed educazione. Sugli spalti è una festa, solo tifo pro e non contro, si applaude anche le azioni della Guinea.
Tutti ridono e scherzano ed è un continuo via vai di persone, che vendono arachidi, tè, caffe, biscotti snack, bibite, arance e gadget con grande dignità, alcuni indossano abiti tradizionali. La musica è continua, alcune aree sono caratterizzate dai bonghi del quartiere x, altre dalle magliette gialle del quartiere y, un altro quartiere è caratteristico perché il pubblico simula il rumore del treno ecc. Tanta festa, lo stadio è una festa di colori, di suoni, di bambini.
La partita procede con regolarità, come al solito si cade, si contrasta ma alla fine sono solo abbracci e risate. Noi siamo stranieri, tutti vogliono scambiare due parole, ci fotografano, e qualche giornalista locale si interessa di chi siamo, Altropallone, Baobab, Playmore, il WSF. Ah ! Bello !, interessante !, utile !, segue una piccola intervista e scambio di e-mail.
Grande divertimento a fine partita con il solito serpentone di persone che scende le scale, attraversa le strade e cammina a fianco di strade frequentatissime per ritornare a casa. Praticamente una passeggiata a piedi in tangenziale.
Qualcuno ha portato un pallone e improvvisa partitelle sul piazzale dello stadio alle quali tutti vorrebbero partecipare (ogni riferimento ai Gokick, venuti appositamente dall’italia è puramente desiderato !!!).
Per la cronaca la partita finisce tre a zero per il Senegal, ma qualcuno ammette che il primo gol della Guinea è stato annullato forse ingiustamente. Gli stessi però affermano che il terzo gol è stato calcio spettacolo, sembrava di vedere il brasile, forse si esagera un po’ .
Loro sono forti, se giocano bene possono vincere anche i mondiali, ogni tanto giocano male e perdono, uscendo dai tornei, in questo caso non è grave vuol dire che vinceranno il torneo successivo.
Perché loro sono i veri leoni e il camerun di Etoo viene dopo !
Quando si vince è festa, quando si perde è festa uguale perché la prossima partita si vincerà di sicuro.
Attenzione però perché questa mentalità che nel calcio produce tanto bel gioco e meno risultati nella vita quotidiana consente una tolleranza, una convivenza e un rispetto religioso tra cattolici e musulmani unico e che se fosse adattato altrove (Europa in primis) eviterebbe numerosi conflitti e incomprensioni. Cerchiamo di imparare a non valutare gli altri, ma impariamo il meglio.
Massimo
di
Michele Papagna
Al WSF a Dakar si manifesta per quanto sta avvenendo in Tunisia e in Egitto. Una partita importante per tutto il mediterraneo e tutta l’Africa. La sensazione è che le rivolte nel nord Africa abbiamo colto di sorpresa tutti, anche l’organizzazione dell’appuntamento mondiale, impegnata e molto stressata nel cercare di recuperare i disagi creati dall’assenza di sale per le attività auto-organizzate. Ma l’attenzione, la sensibilità e la solidarietà del popolo del WSF è forte e riesce a superare anche differenti posizioni interne – in particolare sulla questione Marocco/territori Saharawi – auto-organizzando manifestazioni in solidarietà dei popoli della Tunisia e dell’Egitto, senza dimenticare il dramma dell’occupazione istraeliana nei confronti del popolo palestinese.
Ecco un diario-fotografico di una delle manifestazioni a cui abbiamo partecipato. La manifestazione parte dalla piazzetta UCAD II, si svolge nei viali dell’università, attraversa le facoltà, regolarmente in funzione, coinvolgendo
studenti, incrocia una manifestazione di “non-studenti” a cui è stato negata l’iscrizione all’università, passa dal tendone della “Flotilla” pro-palestina. Passiamo anche da un allestimento di un bel progetto di agricoltura biologica famigliare brasiliana dello stato di Rio de Janeiro.
Michele
qui sotto un articolo/aggiornamento di Lucia
di Lucia Zucchella
So-So-So Solidarietè avec le peuple du monde antier:
a Dakar per l’Egitto e la Tunisia
Al Social Forum le attività programmate sono saltate; ora la gente si affaccenda per indirizzare i partecipanti ai propri stand o improvvisa cartelli da attaccare in fretta per dare indicazioni sulle attività delle proprie associazioni ma qualcosa si muove spontanea al di fuori della disorganizzata organizzazione.
Sono i partecipanti tunisini e marocchini del forum che improvvisano una marcia di solidarietà con l’Egitto e la Tunisia. Prima quasi timidamente si conquistano con pochi striscioni e un paio di megafoni un presidio; invitano i passanti a firmare un appello in appoggio a popolo egiziano.
Io arrivo lì di corsa richiamata da un forte senso di appartenenza e legame con quelle terre. Al grido “Moubarak barra barra!” ci si muove. Il corteo sfila prima tutto intorno all’Ucad per poi dirigersi in strada ed accogliere a poco a poco l’appoggio della gente che si incontra.
“So So So Solidarietè avec le peuple du monde antier!” e chi fra gli ambulanti ha uno strumento, una chitarra o un tamburo, ci accompagna.
Ci e non ” li” perché in questo corteo mi sento proprio di starci: un pensiero a Meriem a Tunisi, a Mahmoud e agli altri amici egiziani a Milano e poi io che a Dakar fra quelle parole d’ordine mi sento davvero a casa.
Libertè, solidarietè
e il corteo si ingrossa per confluire quasi magicamente alla tenda della Palestina; in corso un dibattito sulla freedom flottiglia ma in un attimo si scioglie, la gente esce ed in cerchio si urla la libertà per questi popoli contro le dittature e le occupazioni. Spuntano altri megafoni, bandiere tunisine e sciarpe palestinesi e si torna in strada. L’Egitto è vicino a Dakar, la Tunisia anche e chissà se le nostre voci arriveranno lontano..
Aggiornamento dell’ultima ora, giovedì 10 febbraio..pare che Moubarak stia lasciando il paese..forse quelle voci hanno davvero attraversato interi cieli sopra la mia splendida terra africana
Noura
di
Massimo Figaroli
E’ iniziato il WSF di DAKAR, per me e qualcun altro è il primo viaggio in Africa, tutto è nuovo, tutto è bello, tutto è diverso.
Centinaia di saluti, centinaia di contatti, migliaia di sorrisi e volti di persone provenienti da tutto il mondo.
Ciascuno è venuto per manifestare le proprie necessità, i propri bisogni, gli ideali e i diritti universali quali libertà, pace, acqua, cibo.
Io mi sento piccolo e un po’ inutile di fronte a questi problemi universali.
Cosa posso fare io ? Anche io voglio fare la mia parte e partecipare a questa festa e allora via, contatti, seminari, volantini, raccontiamo a tutti chi siamo e cosa facciamo. Ma soprattutto crediamo che lo sport sia uno strumento fondamentale di integrazione sociale.
Con gli amici di Gokick facciamo quello in cui crediamo, che ci piace e che sappiamo fare.
Andiamo nel campo di calcio universitario, tiriamo fuori un pallone e subito si parla un linguaggio universale che capiscono tutti. Si parla di calcio italiano, senegalese, calcio mondiale e campioni presenti e passati.
Subito arrivano persone e ragazzi che vogliono conoscere, capire, partecipare, ma soprattutto vogliono giocare a pallone, sono soprattutto studenti universitari intorno ai 17-23 anni. Si fanno le squadre, si dividono le pettorine, qualcuno ha una divisa di una squadra rinomata e scarpe professionali, ma qualcuno gioca in ciabatte, sandali o a piedi nudi.
I Gokick hanno portato una lavagnetta che riproduce il campo di calcio, su questa vengono scritti i nomi dei giocatori e la posizione che deve ricoprire in campo. Un gesto semplice, banale, ma viene preso molto sul serio, in questo contesto in cui è difficile possedere qualcosa, ora qualcuno ha una pettorina e una posizione in campo, un ruolo nella squadra, ed è orgoglioso di esserci.
Il campo è un letto di polvere, macerie e sterpaglie, si comincia, si gioca, si corre, si cade e ci si rialza sempre in una nuvola di polvere che accompagna il pallone.
Le varie partite vanno avanti per ore e a bordo campo si affollano gruppi di persone che tifano, che parlano, che ridono e che vogliono giocare. Tutto procede molto bene e alla fine tutti sono entusiasti.
Una cosa mi ha colpito, alla fine qualcuno viene da noi e ci chiede se è stato bravo, se ha giocato bene, se pensiamo che lui sia un buon giocatore! Rimango un po’ spiazzato da questa domanda, io mi sono divertito, ho visto decine di fisici eccezionali che saltano e corrono come gazzelle, ma ho guardato il contesto non ho pensato al singolo e al suo bisogno di essere riconosciuto, di essere apprezzato e di avere una propria identità all’interno di un contesto in cui pochi possiedono qualcosa o peggio è riconosciuto di essere qualcosa.
Sono Bravo ? Sono un buon giocatore vero ? Anche questo è Africa e preciso che io non conosco nulla di questo mondo.
DAKAR, WSF 2011 – 8/2/2011
Massimo Figaroli
di
Lucia e EnricaA scuola di Africa. Il “team” dell’Altropallone si era portato avanti per tempo: volantini pronti e stampati per la prima iniziativa programmata del Social Forum, la presentazione del viaggio del matatu nel continente africano durante i mondiali di calcio; sopralluogo all’aula assegnata all’interno dell’Università Ucad di Dakar fatto il giorno prima, volantini affissi tutto intorno, tutto messo a punto, pronti alla prima iniziativa… ed ecco che scopriamo a poche ora dal via che l’aula non è più quella, che il professore la sta “occupando” e anzi si ostina a voler concludere la sua lezione nonostante il via vai di gente e la babele di lingue che si affrettano nei corridoi. Gli studenti osservano quasi disinteressati il mondo che si è dato appuntamento proprio sotto a quelle finestre e fra quelle mura.
Ma il Social Forum è ormai iniziato, dopo un momento di disorientamento ci si organizza, ci si accorda con il primo insegnante disponibile che ci concede l’utilizzo di un’aula studio dove fare la nostra iniziativa. Allestiamo quindi in pochi minuti e dividiamo l’aula con qualche studente che nell’aula studio aveva proprio intenzione di fare quella semplice azione.
In un mix di italiano, francese e inglese ci si presenta, ci si scusa per l’invasione di campo e ci si conosce un po’ meglio dandosi appuntamento all’indomani.
Al nostro team si sono intanto uniti i Gokick, una community di amanti del calcio al loro primo Social Forum e in alcuni casi alla loro prima esperienza africana.
L’emozione è grande, raccontiamo della marcia iniziale a cui non hanno preso parte, di quelle tante donne protagoniste dall’Africa, dal Brasile, dalla Palestina, che ritroviamo anche oggi ad ogni angolo dell’Università. Un altro mondo è possibile, e se davvero lo sarà, forse parlerà un po’ woloof, un po’ francese, un po’ arabo, un po’ spagnolo, un po’swahili..ed avrà quei volti e quei colori.
L’Africa che fa scuola. L’Africa che a scuola ancora non dappertutto si studia è quella di Gorèe, come i nostri amici senegalesi della Baobab ci hanno sempre raccontato.
Ma viverlo è ora diverso. Programmiamo una visita all’isola famosa per le deportazioni degli schiavi africani nelle piantagioni di cotone in Sudamerica. L’immagine di tanti uomini in catene sta prendendo forma man mano che con il battello da Dakar ci si avvicina a Gorée.
Sbarcati sull’isola ci precipitiamo a visitare la struttura in cui erano segregati gli schiavi prima dell’imbarco per l’America.
Le celle anguste e buie, le catene in una teca, la “Porta del non ritorno” e i racconti a tratti agghiaccianti della nostra guida sono solo un ritratto sbiadito della barbarie inflitta ad un intero continente. Sufficiente però a farti sentire come se avessi appena preso un pugno in pieno stomaco.
Usciamo ancora storditi e camminando per le strade di Gorée pian piano ci accorgiamo di che posto meraviglioso sia. Ma abbiamo pudore a dirlo ad alta voce: sembra impossibile che il luogo di una tragedia immane possa essersi trasformato in un piccolo paradiso.
E sembra un sacrilegio anche solo pensare di comprare un batik sulla strada dei baobab, per quanto siano i più belli visti finora.
Poi, girato l’angolo, un gruppo di ragazzi gioca a pallone.
Ci fermiamo a guardarli, affiora un pensiero: è vita che scorre, che continua nonostante tutto.
E allora diventa anche possibile bere una birra al porto prima di tornare in città, chiacchierando e scherzando mentre ancora pensi ai cadaveri mangiati dagli squali in quello stesso mare che adesso ti riempie gli occhi.
E non hai più voglia di andare via.
Lucia e Enrica
di
Altropallone
E’ iniziato il World Social Forum a Dakar con una marcia che dalla “Grande Moschea” è arrivata fino all’UCAD l’Università di Dakar.
Tanta gente, più di quella che ci si aspettava, in una Dakar calda e solare. Hanno sfilato i movimenti sociali, molti proventienti proprio dall’Africa.
Notevole la presenza delle organizzazioni delle donne, e molto fitta la presenza di popoli venuti dall’Africa del Nord: Marocco, e con una forte solidarietà con quanto sta accadendo in Tunisia ed Egitto.
Il corteo si ingrossava man mano che si percorrevano le strade, con molti bambini e ragazzi. Tanta gente e in mezzo a queste persone note come Evo Morales.
Bella partecipazione anche dell’Italia, con la costante presenza della Uisp e stavolta pure.. dell’Altropallone e delle organizzazioni “fiancheggiatrici” AceA, Accesso, Deafal. Peccato per gli striscioni ancora in qualche aereoporto del nordafrica…
Una bella marcia, conclusasi all’Università e – per quanto ci riguarda – alla spiaggia del Corniche Ouest, dove ragazzi giocano, ovviamente, a pallone. Sarà il nostro campo di allenamento…
Nell’Università intanto si montano ancora decine di gazebo e stand, si allungano le file per gli accrediti…ma l’impressione è di una ottima organizzazione, con migliaia di volontari ragazzi e ragazze che si prodigano per dare indicazioni e per far funzionare al meglio il WSF.
A domani col racconto dello svolgimento del forum.
(altre foto in miniatura: cliccandoci sopra si ingrandiscono)
di
AltropalloneRingraziamo per le immagini Shoot4Change e i suoi fotografi: Annibale Sepe (sepe_annibale@yahoo.it), Gaia Squarci (gaia.squarci@fastwebnet.it) e Paolo Robaudi.
QUI per il resoconto della premiazione e i prossimi appuntamenti.




