Da Johannesburg a Cape Town con i mezzi pubblici.
Apprendo con gioia che il Matatu ha completato la via del ritorno ed è a Nairobi, pronto a nuove avventure. L’avevo lasciato a Johannesburg la mattina della finalissima, davanti al Soccer City Stadium, tappa simbolica volta a dimostrare che esiste anche un Altropallone, non solo quel Jabulani (pallone ufficiale della Coppa del Mondo) che ha rotolato sull’erba degli stadi sudafricani.
Con un po’ di nostalgia quindi, tipica di quando si salutano dei compagni di viaggio, anche se per un breve tragitto, ma anche un poco dovuta all’essere sul finale di partita di Sudafrica 2010, lascio il Matatu e mi dirigo verso il centro di Johannesburg, per trovare dove assistere alla finale da un teleschermo.
Johannesburg, città dall’immagine non proprio tranquilla, dicono fra le più difficili del pianeta, città dove i bianchi non si muovono a piedi ma solo chiusi in auto, Jo’bug dalla fama un po’ pericolosa ma allo stesso tempo città che emana un certo fascino. La città del businnes e degli affari, che va sempre di corsa, in un paragone forse forzato la Milano del Sudafrica.
Il fan park in centro a Jo’burg è pieno dal pomeriggio, c’è un maxi-schermo in una parco vicino all’albergo dove sosto, ma due ore prima della finale appare deserto, solo qualche poliziotto intorno. Vedrò quindi la finale nella sala ristorante dell’hotel, in compagnia di due migranti dello Zambia, che mi dicono:” ecco finalmente i bianchi penseranno che i neri possono organizzare un qualcosa di grande come un Mondiale di calcio”.
La mattina dopo ho la corriera per Durban, alle 8 del mattino puntuale e pronta a partire, nel caos di una stazione piena di gente che ha sostato per la notte, tanti, forse, migranti in fuga dal Sudafrica per la ripresa degli attacchi xenofobi, prevista dopo la fine del Mondiale e che si sta verificando in tante zone intorno a Cape Town, soprattutto verso immigrati dallo Zimbabwe e dalla Somalia.
Jo’burg-Durban sono solo otto ore, poche, la tratta che mi aspetterà da Durban a Cape Town sarà di ventisette ore, lungo la costa ovest. Durante il viaggio chiacchiero con un giocatore di rugby che sta tornando verso il College (ricominciano infatti le scuole dopo la sosta di un mese in onore della Coppa del Mondo). Mi racconta di essere fidanzato con una modella, come qualche suo compagno di squadra, sorge spontaneo il parallelo calciatori-veline e rugbisti sudafricani-modelle . Mi racconta inoltre di essere spaventato per la ripresa degli attacchi xenofobi, i bianchi sudafricani secondo lui, soprattutto i discendenti degli africans proprietari di fattorie fuori dalle città, potranno subire attentati da chi cerca la rivincita degli anni dell’apartheid in un dimentico della lezione di Nelson Madiba Mandela, novantadue anni compiuti il 18 luglio.
Durban, dagli zero gradi di Johannesburg ai ventisette di questa città, che si pubblicizza per avere “l’estate tutto l’anno”.
Ho una giornata da spendere a Durban, la corriera per Cape Town sarà alle cinque del pomeriggio. Trovo una mostra di video a sfondo calcistico nella biblioteca pubblica, relativa soprattutto l’Africa Occidentale (sponsorizzata infatti anche dal Centro di Cultura Francese) ci passo quasi l’intera mattinata vedendo video da Duala, città del Camerun che ho visitato nel 2006 e dove Samuel Eto’O è un idolo, come dimostrano i venditori di strada con indosso la sua ex-maglietta a strisce nerazzurre, ai quali è dedicato un video dell’esposizione. Per chi volesse curiosare il sito internet della mostra è www.footsak.com.
Partenza: ore 5 pm dalla stazione di Durban, passerò le successive ventisette ore seduta in corriera, attraversando il Sudafrica da Sud verso Nord, verso Città del Capo, punta del Continente Africa. Apprendo con sconforto di non avere assegnato un posto-finestrino ma di trovarmi seduta in mezzo (il pulman ha file da tre posti). Devo tramare qualcosa per un cambio di sedile ma c’è poco da fare, la corriera è piena, anzi più piena del possibile, dato la mamme hanno il permesso di tenere i bambini sulle ginocchia, che in questo modo non pagano il biglietto. Alla fine fortuitamente, cambio posto e mi trovo un posto finestrino libero, anche perché mi sarei dovuta trovare a passar la notte stretta fra una mamma con il bambino già cresciutello in braccio più varie coperte di contorno e un simpatico sovrappeso signore.
Mi è andata meglio con il posto ma alla prima fermata sale un’altra mamma, il cui bimbo sulle ginocchia pare soffrire di mal di movimento con conseguenze poco letterarie da descrivere. Le fermate previste sono una ogni tre ore circa, ma la fermata è di quindici minuti, al termine dei quali chi c’è c’è, chi non c’è resta alla stazione di sosta; è quindi un affannarsi trafelato da parte dei passeggeri per fumare-comprare da mangiare-andare in bagno. La cosa stupenda è che spesso, nelle fermate, un altro autobus della stessa compagnia sosta a fianco dell’autobus sul quale viaggio, esattamente uguale, nel pieno della notte facile confondersi e salire sull’autobus sbagliato, e infatti a un certo punto capita, un passeggero nel panico chiede di scendere, è salito sul mezzo sbagliato.
Mattina, Port Elisabeth, ancora dodici ore verso Cape Town. Sorgono problemi per i posti. A Port Elisabeth infatti tanti scendono e tanti salgono, non c’è posto per tutti pare, l’ufficio prenotazioni ha sbagliato qualcosa, l’autista non capisce, dice bisogna aggiungere dei sedili come su un Matatu (dove mi chiedo nel vano-bagagli? la corriera è già piena come un uovo). Cerca di sistemarci, noi che siam seduti verso i sedili in fondo, perdo così il mio posto finestrino e devo tornare nel posto assegnatomi dal sistema prenotazioni. Un ragazzo mi propone di scambiarci sedile, vuole stare vicino alla moglie e così potrò avere il suo posto finestrino, mi chiedo come possa funzionare, dato il mio posto assegnato non è quello vicino a sua moglie ma insiste dicendo che andrà bene. Sarà, intanto non si parte perché non c’è posto per tutti. Interviene un’addetta delle autolinee urlando che dobbiamo scendere tutti così potranno farci risalire uno per uno controllando che ognuno non faccia il furbo e si sieda in un posto non assegnato dal sistema informatico. Lamentii dal fondo, una signora urla che ha problemi alle gambe e non può scendere per poi risalire, fa niente se non scendiamo tutti resteremo fermi nel piazzale tutta la giornata. Quindi si procede al controllo, risaliamo tutti biglietto alla mano e miracolosamente c’è posto per tutti, qualcuno faceva il furbo occupando più posti, questa è la conclusione.
Si riparte, Cape Town è ancora lontana commentano i compagni di viaggio, e si Cape Town è la punta dell’Africa, arrivandoci via terra ci si rende davvero conto di come sia il bottone dell’Africa.
Il panorama scorre veloce, oceano, montagne, verde a perdita d’occhio, sembra di essere nel film “La mia Africa”, veicolo di immaginari collettivi legati al continente. Nel viaggio si mangia soprattutto, si guardano film, si dorme. Sulla strada scorre una Nazione in cerca dell’Arcobaleno, una democrazia che da lì a pochi giorni augurerà buon compleanno all’uomo che ne rappresenta l’anima più positiva. Sudafrica nonostante le tue contraddizioni puoi andare fiero, nonostante tutto hai dimostrato al mondo, agli afro-pessimisti che l’Africa può organizzare una cosa grossa come un Mondiale. Ora non dimenticarti che il futuro è anche Altro dal Mondiale.






















